Trump attacca a suon di dazi, la Svizzera punta sul dialogo

«È uno dei giorni più importanti della storia degli Stati Uniti. Una dichiarazione di indipendenza economica». Sì, il Liberation Day è arrivato. Il presidente Donald Trump, in diretta televisiva, ha annunciato i tanto discussi dazi. Sono scattate, in particolare, le attese tariffe al 25% sulle automobili prodotte all'estero. Non solo, Trump ha annunciato altresì una tariffa base al 10% su praticamente ogni bene importato negli Stati Uniti. La Svizzera è stata inserita tra i «worst offenders» o, se preferite, quelli con i maggiori squilibri commerciali nei confronti degli Stati Uniti. La tariffa applicata è del 31% (a titolo di paragone, è del 20% per l'UE e del 34% per la Cina).
«Guardate la Svizzera, guardate» ha spiegato il tycoon nel giustificare i dazi al 31% sui prodotti elvetici. Una percentuale, questa, calcolata in base a una formula di per sé banale. Il Consiglio federale ha preso atto delle decisioni USA, ha subito commentato ieri su X la presidente della Confederazione, Karin Keller-Sutter. Anticipando, di fatto, la reazione ufficiale della Confederazione. Annunciata oggi in conferenza stampa.
«Il Consiglio federale ha preso atto dei dazi doganali di ampia portata annunciati dagli USA – spiega l'Esecutivo –. Non comprende i calcoli del governo statunitense. Analizzerà in modo approfondito le misure e le loro ripercussioni sulla Svizzera, ed è in contatto con i settori interessati e con le autorità statunitensi. Il Consiglio federale incarica il Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca (DEFR) di avviare i preparativi per una possibile soluzione con gli Stati Uniti, e incarica la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) di analizzare in dettaglio le ripercussioni, di osservare attentamente gli sviluppi e di proporre misure adeguate a seconda dell’impatto sulla Svizzera. Un aumento delle tensioni a livello di politica commerciale non è nell’interesse della Svizzera. Eventuali contromisure contro gli aumenti tariffari statunitensi comporterebbero costi per l’economia svizzera, in particolare rendendo più onerose le importazioni dagli Stati Uniti. Per il momento, pertanto, il Consiglio federale non prevede alcuna contromisura».
La conferenza stampa: parola chiave «dialogo»
Il Consiglio federale ha partecipato a una riunione a porte chiuse, una seduta straordinaria, per decidere come procedere dopo l'annuncio di Trump, ha spiegato Keller-Sutter. Sulle esportazioni svizzere peseranno dazi supplementari in misura del 10% a partire dal 5 aprile e di un ulteriore 21% a partire dal 9 aprile 2025. Attualmente non sono previsti dazi supplementari sulle esportazioni dell’industria farmaceutica, anche se al riguardo sono state annunciate decisioni separate.
«Il Governo non capisce i calcoli degli USA, puramente matematici. E deplora che gli USA si allontanino dal libero mercato», ha aggiunto la presidente della Confederazione, a capo del Dipartimento federale delle finanze (DFF). Ma «vuole rinunciare a contromisure dirette, piuttosto vagliare altre soluzioni. La Svizzera cerca il dialogo con gli Stati Uniti».
Questa mattina, Keller-Sutter ha parlato anche con la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen «e non ci sono segnali che l'UE possa adottare contromisure in grado di toccare anche la Svizzera. Noi punteremo sul dialogo e cercheremo di informarci reciprocamente con l'UE, il nostro più importante partner commerciale, sui passi da intraprendere in futuro. Siamo anche in contatto con il Principato del Liechtenstein (colpito da dazi del 37%, ndr.)», legato alla Svizzera da un'unione doganale. Nessuna contromisura diretta, quindi, da parte della Confederazione (per il momento). Proseguirà il dialogo con gli USA.
«Questi dazi non sono giustificati», ha detto dal canto suo il consigliere federale Guy Parmelin, a capo del Dipartimento federale dell’economia, della formazione e della ricerca (DEFR). «La Svizzera già da tempo si è schierata per un libero mercato con condizioni quadro chiare. I calcoli che sono stati fatti dagli USA ci sembrano troppo puramente matematici. I dazi sono ingiustificati. C'è molta nebbia».
Parmelin ha spiegato che i prodotti farmaceutici e l'oro, che rappresentano oltre la metà delle esportazioni, sono esentati dai dazi al 31% annunciati dal presidente americano. Per l'industria meccanica, l'orologeria, i prodotti alimentari (zucchero, formaggio, cioccolato, caffè tostato), i prodotti agricoli e chimici, invece, «è un onere molto pesante».
La presidente della Confederazione andrà a breve negli Stati Uniti. «Ma ci saranno già prima contatti con gli omologhi americani», ha aggiunto il consigliere federale a capo del DEFR. «Anche se la nostra economia sarà colpita da questi dazi, non bisogna aspettarsi che vada in recessione. Il Consiglio federale tiene conto del fatto che l'amministrazione Trump era pronta a negoziare degli accordi con gli Stati coinvolti, e quindi sarà molto importante esplorare questo campo per vedere se c'è margine di manovra. Le opzioni dovranno essere vagliate attentamente, così come il modo in cui altri partner commerciali reagiranno sarà importante».
La Svizzera, è stato inoltre precisato, non intende manipolare il franco svizzero per rendere le esportazioni più economiche: la valuta non verrà toccata.
«Una politica commerciale protezionistica non è nell'interesse della Svizzera. Il Governo è convinto che il libero scambio e un ordine internazionale basato su regole siano centrali per la prosperità globale: il Consiglio federale continuerà a sostenere questi valori», ha concluso Keller-Sutter. «Sono delusa», ha infine aggiunto sollecitata dai giornalisti. «Che Donald Trump avrebbe introdotto dazi doganali era noto da tempo. Ma penso che sia un peccato che venga fatto un calcolo così rudimentale nei confronti di un importante partner commerciale» come la Svizzera. «Non siamo rimasti sorpresi dalla decisione in sé, ma dall'importo e dalla base di calcolo, rudimentale. È come se 1+1 facesse 3». Il Consiglio federale punterà sul dialogo e intende instaurare dei negoziati. L'intenzione è, semplicemente, di «tenere aperte tutte le opzioni, al momento. Il piano A è astenersi dall'adottare contromisure. Ma quando si ha a che fare con Trump, sappiamo che potrebbero essere necessari anche un piano B o un piano C».